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Conferenza
OSSERVAZIONI SU UN NUOVO POSSIBILE MODELLO DI CULTURA
AMBIENTALE E INTEGRAZIONE SOCIALE
Intervento del Prof. Rocco Turi, docente di
Sociologia, Università degli Studi di Cassino, Italia,
alla Summer School on Urban Planning di Szombathely,
Ungheria, 2 agosto 2006
Le relazioni che mi hanno preceduto
in questi giorni hanno ben spiegato le trasformazioni
subite dalle comunità tradizionali e qual è stato il
ruolo della cultura, nonché l’impatto della
modernizzazione rispetto a villaggi e piccole città,
soprattutto in Ungheria.
Ma è necessario esaminare anche le
<<periferie urbane>> che nel resto dell’Europa, oggi,
rappresentano l’aspetto più macroscopico del conflitto
fra tradizione e modernità. Se in villaggi e nelle
piccole città il conflitto può essere gestibile e
controllabile, nelle periferie urbane delle grandi città
tutto diventa più problematico. Proprio i conflitti fra
tradizione e modernità che nascono nei Paesi dell’Europa
Occidentale rappresentano un vero allarme per la classe
politica europea.
Alla base di ogni relazione ascoltata
fino ad ora vi è un elemento comune: il conflitto fra
tradizione e modernità scaturisce dai processi sociali
determinatisi nella fase del mutamento, che non sono
stati sufficientemente guidati e controllati. Questi
processi sociali hanno provocato una serie crescente di
squilibri e contraddizioni all’interno dei gruppi che
hanno gestito la fase della modernizzazione.
In un convegno come questo, dedicato
a urbanisti, architetti e sociologi, il tema sul
conflitto fra tradizione e modernità è utile affrontarlo
come contraddizione tra villaggio e città. E’ stata
proprio la formazione della piccola città a offrire a
Emile Durkheim l’occasione di spiegare con una sola
parola questa contraddizione. La parola è <<anomia>>
cioè: momento, fase in assenza di regole. Questa fase fu
osservata da Durkheim nel passaggio da una società
tradizionale (a solidarietà meccanica) a una società
moderna (a solidarietà organica).
La società a solidarietà meccanica,
tipica del villaggio, era basata su una forte coesione
di individui e collettività; era basata sull’autarchia e
sull’autosufficienza del gruppo e prevedeva una
integrazione collettiva delle persone con ogni fase del
proprio lavoro e quindi un’assenza di divisione sociale
del lavoro.
La società a solidarietà organica,
tipica della città, è più complessa: indica un elevato
grado di divisione sociale del lavoro (nella quale
l’uomo dipende dalla produzione degli altri) e quindi è
evidente una coscienza collettiva conflittuale.
L’individuo va incontro – certo – a una maggiore
interazione sociale, ma anche a problemi evidenti di
disadattamento e quindi a una maggiore solitudine
sociale. Si immagini, ad esempio, cosa accade quando
viene stabilito uno sciopero dei trasporti pubblici, o
quando non troviamo i prodotti che ci servono sul
mercato, o quando aumenta il tasso di disoccupazione. Il
rischio è la devianza, il caos. Queste sono
rappresentazioni tipiche soprattutto nelle periferie
delle città occidentali, laddove la popolazione vive nei
ghetti e non ha capacità di conservazione. Se nei
villaggi e nelle piccole città i problemi possono essere
risolti più facilmente, nei ghetti delle periferie i
problemi esplodono. Oggi i problemi esplodono ancora di
più a causa della presenza crescente di immigrazione
africana. Il declino quindi è evidente.
Nel novembre 2005 in Francia sono
scoppiate rivolte che hanno messo in allarme tutta la
classe politica europea e sfidato la capacità
interpretativa dei sociologi. I protagonisti di queste
rivolte erano i giovani magrebini e africani che - in
una vera disperazione esistenziale - misero in atto
vandalismo e risentimento anche verso i piccoli
proprietari. Erano giovani che non si erano rassegnati a
vivere da <<clochard>> sotto i ponti come le precedenti
generazioni di immigrati, ma erano giovani che vivevano
nelle <<banlieues>>, nelle <<cités>>, ovvero in
<<ghetti>> senza speranza; ovvero in <<case>> brutte e
invivibili nelle quali la nostalgia del paese natìo fece
aumentare la reazione, la rivolta, il vandalismo, la
devianza. Vivere in case non adatte alla cultura di chi
vi abita significa accrescere lo stress e l’<<anomia>>.
Nessuno è stato in grado di gestire il sovraffollamento.
Come ogni figura sociale che non ha
saputo guidare e controllare il mutamento della sua
civiltà, anche gli architetti (intesi nell’accezione
moderna) hanno creato luoghi di vita senza condizioni
sociali e ambientali adeguate e dignitose e
dall’estetica e dalla vivibilità contraddittoria.
Quella osservata di recente nella
periferia bruciata di Parigi (dove i quartieri sono
venuti alla ribalta come esempio di elevata degradazione
e luogo di violenza ed emarginazione) è una
dimostrazione coerente e attuale.
Pochi studiosi sono risaliti alla
radice delle cause che hanno messo a fuoco quelle aree
di emarginazione, in cui il ruolo negativo degli
architetti progettisti delle periferie e delle piccole
città satelliti è ormai apparso evidente. D’altra parte,
è stato evidente un vuoto di studi sociali professionali
nella percezione dell’ambiente culturale che favorisse
un miglior uso del territorio e della vivibilità. Questo
vuoto è stato colmato da ricercatori di discipline non
coerenti con l’ambiente sociale, come ad esempio gli
architetti. In tal modo il sociologo si deve confrontare
con una ricca bibliografia che, tuttavia, è al di fuori
della sua sfera professionale, mentre il non-sociologo
(l’architetto) si trova invece a usare principi e teorie
sociologiche e psicologiche delle quali non ha una
conoscenza professionale.
La provocazione che lancio a tutti
voi è la seguente: demolire l’urbanistica dissennata che
ha costruito i quartieri-ghetto, che sembrano avere solo
il compito di generare disagio ed emarginazione sociale,
per ricostruire edifici di qualità che tengano conto
dell’essere umano diverso da ogni altro e, soprattutto,
tengano conto delle esperienze sociali e degli studi dei
sociologi dell’urbanistica. Insomma, chiedo agli
architetti meno egoismo e più lavoro interdisciplinare e
collegialità.
Ai processi con impatto negativo
avutisi nel passaggio fra tradizione e modernità, che i
sociologi chiamano <<anomia>> hanno contribuito tutte le
figure sociali, quindi non solo gli architetti.
Ma in un convegno come questo
all’Università Estiva di Szombathely dedicato agli
architetti è evidente riferirsi ad essi come
responsabili nella costruzione di una società a
solidarietà organica, ovvero nel passaggio dal villaggio
alla città complessa, dalla tradizione alla modernità.
Paradossalmente potremmo dire che
l’architettura <<senza architetti>> della società
tradizionale a solidarietà meccanica è stata più civile
ed efficace dell’architettura fatta dagli architetti. In
termini di soddisfacimento dei bisogni e di acquisizione
del consenso, l’architetto della società moderna a
solidarietà organica, quindi a complessità crescente,
non è stato in grado di raggiungere gli stessi risultati
dell’architettura tradizionale e spontanea.
La piccola città, formatasi in
seguito all’evoluzione del villaggio, conteneva persone
eterogenee; persone diverse, con intenzioni e culture
diverse, in tempi diversi. Gli architetti, invece, hanno
sempre pensato a un ambiente costruito fatto di forme
urbane e architettoniche prevedibili e inalterate,
statiche, indipendentemente dall’uomo e dalla sua
evoluzione psicologica e culturale; hanno trattato
l’uomo non come essere umano in evoluzione, con
intenzioni e progettualità diverse, ma come oggetto,
prospettandogli un’unica soluzione: nelle forme del suo
vivere, nell’organizzazione simbolica degli spazi e
nella sua gestione – ben diversa dalla casa nel
villaggio che lanciava messaggi di solidarietà e
cooperazione tra esseri viventi vicini; che lanciava
messaggi di integrazione collettiva.
E’ eloquente l’opinione di alcuni
giovani koreani incontrati in treno durante un loro
viaggio attraverso l’Europa. Alla domanda <<cosa vi ha
più impressionato delle città europee?>>. La risposta è
stata univoca: <<Le casa sono tutte identiche>>.
Ecco perché anche gli architetti
(come altre figure sociali) hanno le proprie
responsabilità nello spiegare l’anomia crescente della
società moderna. Dall’anomia allo stress (prodotto anche
nella piccola città) al suicidio, agli stili di vita
abnormi (alcoolismo, droga) all’incremento della
criminalità – il passaggio è breve.
D’altra parte, sociologi e
architetti, giornalisti ed economisti nelle città
dell’Europa occidentale hanno una grande responsabilità
comune. Essa riguarda il problema del restauro dei
palazzi storici, nei quali fra il settecento e
l’ottocento convivevano diversi ceti sociali ed erano
occasione di forte integrazione sociale. Le cose sono
cambiate quando il boom immobiliare ha causato l’aumento
dei prezzi e perciò l’espulsione dai centri storici
verso le periferie delle classi più povere, favorendo
così la pericolosa ghettizzazione sociale. Questa
separazione risulta meno evidente nelle città piccole
rispetto alle grandi città. Non a caso, quindi, è
scoppiata la rivolta di Parigi del novembre 2005.
In assenza di un nuovo modello di
integrazione sociale, il rischio è quello di vivere una
nuova Rivoluzione Francese con movimenti di rivolta
sociale che nascono dai bisogni reali non soddisfatti.
Il conflitto fra campagna e città che
è all’origine del conflitto fra tradizione e modernità
era già stato sottolineato nel mio libro <<Villaggi
europei>>, pubblicato undici anni fa, che la maggior
parte di voi conosce.
In che modo affrontare questa crisi?
E’ necessario favorire una maggiore
interdisciplinarità professionale, dove gli urbanisti e
gli architetti, gli economisti, i politici, siano in
grado di collaborare con i sociologi e siano in grado -
insieme - di collaborare e di interpretare e progettare
luoghi abitati più coerenti con le esigenze sociali
della popolazione che è sempre eterogenea e varia nelle
personali esperienze e nel tempo. Senza collaborazione
si rischia di costruire <<ghetti>>. E’ necessario
collaborare per gestire il sovraffollamento dovuto
all’immigrazione: questo è il vero problema europeo del
futuro!
Ma alla luce dello sviluppo
economico, sociale, politico attuale, questa
collaborazione non sarà ancora possibile perché ognuno
di noi crede che gli ostacoli possano essere, comunque,
superati senza trovarsi al caso limite (e quindi di
fronte ad una possibile nuova Rivoluzione sociale).
Facendo così si giungerà al <<collasso>> della nostra
civiltà.
In un libro pubblicato negli Stati
Uniti nel 2005, il suo autore - Jared Diamond - delinea
quattro categorie del collasso che sopraggiungerà
lentamente nonostante l’allarme planetario. Le cause del
collasso si presenteranno perché:
Il gruppo non riuscirà a prevedere il
sopraggiungere di una crisi limite;
Il gruppo non sarà in grado di
valutare le conseguenze di una crisi irrisolta;
Il gruppo si accorgerà della gravità
di una crisi ma non proverà a risolverla a causa di
conflitti di interesse tra i componenti e conflitti
delle dinamiche interne;
Il gruppo cercherà di risolvere una
crisi ma non vi riuscirà.
Collasso
Un libro pubblicato in Italia 30 anni
fa ipotizzava un <<Medioevo prossimo venturo>>. Non era
un romanzo ma, seguendo un ragionamento logico, il suo
autore spiegava che le comunità umane, sin dalla
preistoria, tendono al collasso non sulla base di una
diversità genetica o biologica o a seguito di sconfitte
militari o crisi politiche o economiche. Il crollo delle
società dipende in larga misura dalla esasperata
manipolazione del territorio, del clima, della
vegetazione, della fauna: in poche parole da una
modernità contraddittoria che non è in grado di gestire
le risorse del globo terrestre, le quali tendono a
esaurirsi.
Attenzione: questa denuncia non è
catastrofismo ambientale. Proprio a seguito del collasso
delle risorse del globo, di molte società non restano
che le rovine. Un esempio ci è dato dall’Isola di
Pasqua, ora terra brulla e desolata - priva di uccelli -
dopo essere stata per 800anni una foresta
lussureggiante. Per secoli, i suoi abitanti usavano i
tronchi degli alberi per costruire abitazioni e lunghe
canoe, funi e sistemi per il trasporto delle enormi e
tipiche statue di pietra, dette Moai. Quando la foresta
fu distrutta dai suoi stessi abitanti il suolo si
inaridì, gli uccelli si estinsero, le canoe per la pesca
mancarono, il cibo divenne scarso e poi mancò del tutto:
prima fu cannibalismo e poi tragedia.
A causa della distanza da altre
civiltà, il modello di sviluppo disastroso degli
abitanti dell’Isola di Pasqua non ebbe un confronto, una
correzione, una modifica degli stili di vita, una
verifica con altre civiltà e la crisi divenne
irreversibile quando tutti si accorsero che ormai la
civiltà locale era quasi al collasso.
Nonostante l’esperienza e lo sviluppo
della comunicazione, neppure oggi possiamo affermare che
la circolazione delle informazioni sia in grado di
salvare le civiltà: la deforestazione, per motivi
economici e business, in corso in Amazzonia è un
esplicito esempio. Né può consolare che alcuni territori
tendono ad essere ri-forestati. Una tendenza alla
distruzione per utilità immediata prevale sempre sulla
conservazione. E così, come sull’Isola di Pasqua fu
abbattuto l’ultimo albero, in tanti altri luoghi si
distrugge a favore di uno sfrenato consumismo che in
passato è stato causa di ricchezza e modernità e che
oggi nessuno interpreta come un allarme.
Con questa logica il collasso lo
hanno subito i Maya, gli Anasazi degli Stati Uniti
sud-occidentali, ma anche popolazioni etrusche, sannite,
andine, inca, australiane, cinesi, haitiani e gli
abitanti dell’Armenia o del Ruanda (e altri ancora) con
un collasso diverso: il genocidio umano del 1915 e del
1994.
Più di mille anni fa un popolo
guidato da Erik il Rosso si stabilì in Groenlandia.
Fondò colonie, allevò animali e costruì chiese; ma poi
si persero le tracce.
Se questo scenario può bastare, i
turisti del futuro forse visiteranno i resti arrugginiti
degli invivibili grattacieli di New York e Kuala Lumpur
o Tokio, come oggi ammiriamo le piramidi maya o le città
perdute, sepolte nella giungla o ammiriamo le rovine del
Machu Pichu.
Possiamo allora affermare che nella
storia ogni società, al suo interno, affronta momenti di
vita tradizionali a solidarietà meccanica (positivi) che
poi trasforma in modernità conflittuale e quindi in
<<collasso>>. Per evitare che il collasso distrugga
tutti noi per sempre - come è accaduto con l’ultimo
albero tagliato dell’Isola di Pasqua - è necessario che
tutti accettiamo di salvare il nostro pianeta, non con
spirito distruttivo ed egoistico ma solo con spirito
collaborativo fra tutte le categorie sociali, sociologi
e architetti compresi. Grazie. |