SZOMBATHELYI KEPTAR
KUNSTHALLE SZOMBATHELY
MUSEUM AND GALLERY OF CONTEMPORARY ART
Director Dr. Galig Zoltan
Hungary - Szombathely, Rakoczi F. u. 12.

(STONING)

 

2007. July 3 – August 15

Exhibition of the Painter
ROCCO TURI

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Conferenza

OSSERVAZIONI SU UN NUOVO POSSIBILE MODELLO DI CULTURA AMBIENTALE E INTEGRAZIONE SOCIALE

Intervento del Prof. Rocco Turi, docente di Sociologia, Università degli Studi di Cassino, Italia, alla Summer School on Urban Planning di Szombathely, Ungheria, 2 agosto 2006

 

Le relazioni che mi hanno preceduto in questi giorni hanno ben spiegato le trasformazioni subite dalle comunità tradizionali e qual è stato il ruolo della cultura, nonché l’impatto della modernizzazione rispetto a villaggi e piccole città, soprattutto in Ungheria.

Ma è necessario esaminare anche le <<periferie urbane>> che nel resto dell’Europa, oggi, rappresentano l’aspetto più macroscopico del conflitto fra tradizione e modernità. Se in villaggi e nelle piccole città il conflitto può essere gestibile e controllabile, nelle periferie urbane delle grandi città tutto diventa più problematico. Proprio i conflitti fra tradizione e modernità che nascono nei Paesi dell’Europa Occidentale rappresentano un vero allarme per la classe politica europea.

Alla base di ogni relazione ascoltata fino ad ora vi è un elemento comune: il conflitto fra tradizione e modernità scaturisce dai processi sociali determinatisi nella fase del mutamento, che non sono stati sufficientemente guidati e controllati. Questi processi sociali hanno provocato una serie crescente di squilibri e contraddizioni all’interno dei gruppi che hanno gestito la fase della modernizzazione.

In un convegno come questo, dedicato a urbanisti, architetti e sociologi, il tema sul conflitto fra tradizione e modernità è utile affrontarlo come contraddizione tra villaggio e città. E’ stata proprio la formazione della piccola città a offrire a Emile Durkheim l’occasione di spiegare con una sola parola questa contraddizione. La parola è <<anomia>> cioè: momento, fase in assenza di regole. Questa fase fu osservata da Durkheim nel passaggio da una società tradizionale (a solidarietà meccanica) a una società moderna (a solidarietà organica).

La società a solidarietà meccanica, tipica del villaggio, era basata su una forte coesione di individui e collettività; era basata sull’autarchia e sull’autosufficienza del gruppo e prevedeva una integrazione collettiva delle persone con ogni fase del proprio lavoro e quindi un’assenza di divisione sociale del lavoro.

La società a solidarietà organica, tipica della città, è più complessa: indica un elevato grado di divisione sociale del lavoro (nella quale l’uomo dipende dalla produzione degli altri) e quindi è evidente una coscienza collettiva conflittuale. L’individuo va incontro – certo – a una maggiore interazione sociale, ma anche a problemi evidenti di disadattamento e quindi a una maggiore solitudine sociale. Si immagini, ad esempio, cosa accade quando viene stabilito uno sciopero dei trasporti pubblici, o quando non troviamo i prodotti che ci servono sul mercato, o quando aumenta il tasso di disoccupazione. Il rischio è la devianza, il caos. Queste sono rappresentazioni tipiche soprattutto nelle periferie delle città occidentali, laddove la popolazione vive nei ghetti e non ha capacità di conservazione. Se nei villaggi e nelle piccole città i problemi possono essere risolti più facilmente, nei ghetti delle periferie i problemi esplodono. Oggi i problemi esplodono ancora di più a causa della presenza crescente di immigrazione africana. Il declino quindi è evidente.

Nel novembre 2005 in Francia sono scoppiate rivolte che hanno messo in allarme tutta la classe politica europea e sfidato la capacità interpretativa dei sociologi. I protagonisti di queste rivolte erano i giovani magrebini e africani che - in una vera disperazione esistenziale - misero in atto vandalismo e risentimento anche verso i piccoli proprietari. Erano giovani che non si erano rassegnati a vivere da <<clochard>> sotto i ponti come le precedenti generazioni di immigrati, ma erano giovani che vivevano nelle <<banlieues>>, nelle <<cités>>, ovvero in <<ghetti>> senza speranza; ovvero in <<case>> brutte e invivibili nelle quali la nostalgia del paese natìo fece aumentare la reazione, la rivolta, il vandalismo, la devianza. Vivere in case non adatte alla cultura di chi vi abita significa accrescere lo stress e l’<<anomia>>. Nessuno è stato in grado di gestire il sovraffollamento.

Come ogni figura sociale che non ha saputo guidare e controllare il mutamento della sua civiltà, anche gli architetti (intesi nell’accezione moderna) hanno creato luoghi di vita senza condizioni sociali e ambientali adeguate e dignitose e dall’estetica e dalla vivibilità contraddittoria.

Quella osservata di recente nella periferia bruciata di Parigi (dove i quartieri sono venuti alla ribalta come esempio di elevata degradazione e luogo di violenza ed emarginazione) è una dimostrazione coerente e attuale.

Pochi studiosi sono risaliti alla radice delle cause che hanno messo a fuoco quelle aree di emarginazione, in cui il ruolo negativo degli architetti progettisti delle periferie e delle piccole città satelliti è ormai apparso evidente. D’altra parte, è stato evidente un vuoto di studi sociali professionali nella percezione dell’ambiente culturale che favorisse un miglior uso del territorio e della vivibilità. Questo vuoto è stato colmato da ricercatori di discipline non coerenti con l’ambiente sociale, come ad esempio gli architetti. In tal modo il sociologo si deve confrontare con una ricca bibliografia che, tuttavia, è al di fuori della sua sfera professionale, mentre il non-sociologo (l’architetto) si trova invece a usare principi e teorie sociologiche e psicologiche delle quali non ha una conoscenza professionale.

La provocazione che lancio a tutti voi è la seguente: demolire l’urbanistica dissennata che ha costruito i quartieri-ghetto, che sembrano avere solo il compito di generare disagio ed emarginazione sociale, per ricostruire edifici di qualità che tengano conto dell’essere umano diverso da ogni altro e, soprattutto, tengano conto delle esperienze sociali e degli studi dei sociologi dell’urbanistica. Insomma, chiedo agli architetti meno egoismo e più lavoro interdisciplinare e collegialità.

Ai processi con impatto negativo avutisi nel passaggio fra tradizione e modernità, che i sociologi chiamano <<anomia>> hanno contribuito tutte le figure sociali, quindi non solo gli architetti.

Ma in un convegno come questo all’Università Estiva di Szombathely dedicato agli architetti è evidente riferirsi ad essi come responsabili nella costruzione di una società a solidarietà organica, ovvero nel passaggio dal villaggio alla città complessa, dalla tradizione alla modernità.

Paradossalmente potremmo dire che l’architettura <<senza architetti>> della società tradizionale a solidarietà meccanica è stata più civile ed efficace dell’architettura fatta dagli architetti. In termini di soddisfacimento dei bisogni e di acquisizione del consenso, l’architetto della società moderna a solidarietà organica, quindi a complessità crescente, non è stato in grado di raggiungere gli stessi risultati dell’architettura tradizionale e spontanea.

La piccola città, formatasi in seguito all’evoluzione del villaggio, conteneva persone eterogenee; persone diverse, con intenzioni e culture diverse, in tempi diversi. Gli architetti, invece, hanno sempre pensato a un ambiente costruito fatto di forme urbane e architettoniche prevedibili e inalterate, statiche, indipendentemente dall’uomo e dalla sua evoluzione psicologica e culturale; hanno trattato l’uomo non come essere umano in evoluzione, con intenzioni e progettualità diverse, ma come oggetto, prospettandogli un’unica soluzione: nelle forme del suo vivere, nell’organizzazione simbolica degli spazi e nella sua gestione – ben diversa dalla casa nel villaggio che lanciava messaggi di solidarietà e cooperazione tra esseri viventi vicini; che lanciava messaggi di integrazione collettiva.

E’ eloquente l’opinione di alcuni giovani koreani incontrati in treno durante un loro viaggio attraverso l’Europa. Alla domanda <<cosa vi ha più impressionato delle città europee?>>. La risposta è stata univoca: <<Le casa sono tutte identiche>>.

Ecco perché anche gli architetti (come altre figure sociali) hanno le proprie responsabilità nello spiegare l’anomia crescente della società moderna. Dall’anomia allo stress (prodotto anche nella piccola città) al suicidio, agli stili di vita abnormi (alcoolismo, droga) all’incremento della criminalità – il passaggio è breve.

D’altra parte, sociologi e architetti, giornalisti ed economisti nelle città dell’Europa occidentale hanno una grande responsabilità comune. Essa riguarda il problema del restauro dei palazzi storici, nei quali fra il settecento e l’ottocento convivevano diversi ceti sociali ed erano occasione di forte integrazione sociale. Le cose sono cambiate quando il boom immobiliare ha causato l’aumento dei prezzi e perciò l’espulsione dai centri storici verso le periferie delle classi più povere, favorendo così la pericolosa ghettizzazione sociale. Questa separazione risulta meno evidente nelle città piccole rispetto alle grandi città. Non a caso, quindi, è scoppiata la rivolta di Parigi del novembre 2005.

In assenza di un nuovo modello di integrazione sociale, il rischio è quello di vivere una nuova Rivoluzione Francese con movimenti di rivolta sociale che nascono dai bisogni reali non soddisfatti.

Il conflitto fra campagna e città che è all’origine del conflitto fra tradizione e modernità era già stato sottolineato nel mio libro <<Villaggi europei>>, pubblicato undici anni fa, che la maggior parte di voi conosce.

In che modo affrontare questa crisi?

E’ necessario favorire una maggiore interdisciplinarità professionale, dove gli urbanisti e gli architetti, gli economisti, i politici, siano in grado di collaborare con i sociologi e siano in grado - insieme - di collaborare e di interpretare e progettare luoghi abitati più coerenti con le esigenze sociali della popolazione che è sempre eterogenea e varia nelle personali esperienze e nel tempo. Senza collaborazione si rischia di costruire <<ghetti>>. E’ necessario collaborare per gestire il sovraffollamento dovuto all’immigrazione: questo è il vero problema europeo del futuro!

Ma alla luce dello sviluppo economico, sociale, politico attuale, questa collaborazione non sarà ancora possibile perché ognuno di noi crede che gli ostacoli possano essere, comunque, superati senza trovarsi al caso limite (e quindi di fronte ad una possibile nuova Rivoluzione sociale). Facendo così si giungerà al <<collasso>> della nostra civiltà.

In un libro pubblicato negli Stati Uniti nel 2005, il suo autore - Jared Diamond - delinea quattro categorie del collasso che sopraggiungerà lentamente nonostante l’allarme planetario. Le cause del collasso si presenteranno perché:

Il gruppo non riuscirà a prevedere il sopraggiungere di una crisi limite;

Il gruppo non sarà in grado di valutare le conseguenze di una crisi irrisolta;

Il gruppo si accorgerà della gravità di una crisi ma non proverà a risolverla a causa di conflitti di interesse tra i componenti e conflitti delle dinamiche interne;

Il gruppo cercherà di risolvere una crisi ma non vi riuscirà.

Collasso

Un libro pubblicato in Italia 30 anni fa ipotizzava un <<Medioevo prossimo venturo>>. Non era un romanzo ma, seguendo un ragionamento logico, il suo autore spiegava che le comunità umane, sin dalla preistoria, tendono al collasso non sulla base di una diversità genetica o biologica o a seguito di sconfitte militari o crisi politiche o economiche. Il crollo delle società dipende in larga misura dalla esasperata manipolazione del territorio, del clima, della vegetazione, della fauna: in poche parole da una modernità contraddittoria che non è in grado di gestire le risorse del globo terrestre, le quali tendono a esaurirsi.

Attenzione: questa denuncia non è catastrofismo ambientale. Proprio a seguito del collasso delle risorse del globo, di molte società non restano che le rovine. Un esempio ci è dato dall’Isola di Pasqua, ora terra brulla e desolata - priva di uccelli - dopo essere stata per 800anni una foresta lussureggiante. Per secoli, i suoi abitanti usavano i tronchi degli alberi per costruire abitazioni e lunghe canoe, funi e sistemi per il trasporto delle enormi e tipiche statue di pietra, dette Moai. Quando la foresta fu distrutta dai suoi stessi abitanti il suolo si inaridì, gli uccelli si estinsero, le canoe per la pesca mancarono, il cibo divenne scarso e poi mancò del tutto: prima fu cannibalismo e poi tragedia.

A causa della distanza da altre civiltà, il modello di sviluppo disastroso degli abitanti dell’Isola di Pasqua non ebbe un confronto, una correzione, una modifica degli stili di vita, una verifica con altre civiltà e la crisi divenne irreversibile quando tutti si accorsero che ormai la civiltà locale era quasi al collasso.

Nonostante l’esperienza e lo sviluppo della comunicazione, neppure oggi possiamo affermare che la circolazione delle informazioni sia in grado di salvare le civiltà: la deforestazione, per motivi economici e business, in corso in Amazzonia è un esplicito esempio. Né può consolare che alcuni territori tendono ad essere ri-forestati. Una tendenza alla distruzione per utilità immediata prevale sempre sulla conservazione. E così, come sull’Isola di Pasqua fu abbattuto l’ultimo albero, in tanti altri luoghi si distrugge a favore di uno sfrenato consumismo che in passato è stato causa di ricchezza e modernità e che oggi nessuno interpreta come un allarme.

Con questa logica il collasso lo hanno subito i Maya, gli Anasazi degli Stati Uniti sud-occidentali, ma anche popolazioni etrusche, sannite, andine, inca, australiane, cinesi, haitiani e gli abitanti dell’Armenia o del Ruanda (e altri ancora) con un collasso diverso: il genocidio umano del 1915 e del 1994.

Più di mille anni fa un popolo guidato da Erik il Rosso si stabilì in Groenlandia. Fondò colonie, allevò animali e costruì chiese; ma poi si persero le tracce.

Se questo scenario può bastare, i turisti del futuro forse visiteranno i resti arrugginiti degli invivibili grattacieli di New York e Kuala Lumpur o Tokio, come oggi ammiriamo le piramidi maya o le città perdute, sepolte nella giungla o ammiriamo le rovine del Machu Pichu.

Possiamo allora affermare che nella storia ogni società, al suo interno, affronta momenti di vita tradizionali a solidarietà meccanica (positivi) che poi trasforma in modernità conflittuale e quindi in <<collasso>>. Per evitare che il collasso distrugga tutti noi per sempre - come è accaduto con l’ultimo albero tagliato dell’Isola di Pasqua - è necessario che tutti accettiamo di salvare il nostro pianeta, non con spirito distruttivo ed egoistico ma solo con spirito collaborativo fra tutte le categorie sociali, sociologi e architetti compresi. Grazie.